google arch – published on EdA magazine, edizioni il prato, padova

cg paper “Google Architecture” has been published on Esempi di Architettura vol.3:Info-Architecture l’architettura performativa dell’età dell’informazione curated by Maurizio Meossi, April 2008, magazine published by Il Prato publisher, Padova.

http://www.esempidiarchitettura.it/

“L’avvento delle scienze informatiche ha portato a sostituire l’idea lecorbuseriana di architettura come “macchina” con quella di architettura come “organismo” in costante evoluzione, oggetto di attenta investigazione anche grazie alla possibilità di “simulare” propria degli strumenti informatici: al pari di altre discipline scientifiche anche l’architettura, nell’età dell’informazione, si è trasformata in un ambito di intensa ricerca, sperimentazione e soprattutto reciproca contaminazione con altre forme di sapere: biologia, fisica, genetica.
Scopo del numero 3 di Eda è di documentare l’ampio ed eterogeneo panorama di ricerca connesso all’architettura nell’età dell’informazione, o info-architecture, e ne identifica nel concetto di “performatività” la potenziale categoria interpretativa”.

Vai all’editoriale: http://www.esempidiarchitettura.it/qwerfu345aasd2/File/Eda3_editoriale.pdf

Vai all’indice degli autori: http://www.esempidiarchitettura.it/qwerfu345aasd2/File/Autori.pdf

Google Arch
Cesare Griffa

Quando si parla di architettura digitale si è portati a pensare a forme fluide e dinamiche. Questa fascinazione verso le immagini può essere fuorviante. L’architettura digitale non è solo il frutto dell’utilizzo sfrenato di software di disegno innovativi e di nuove tecnologie costruttive. Se con il termine architettura digitale si intende indicare quella produzione architettonica contemporanea che guarda ad un futuro più o meno prossimo, allora bisogna riconoscere che il termine digitale è riduttivo. In effetti, per quanto importante, l’universo digitale è soltanto uno dei numerosi sistemi che influenzano e modificano i nostri sistemi di pensiero. Altrettanto importanti sono le questioni relative ai programmi funzionali degli edifici, quelle relative alla gestione energetica, o ancoraquelle economiche o sociali.

Queste considerazioni aprono la possibilità per una architettura in grado di rispondere a stimoli diversi, e spesso notevolmente complessi. Nasce l’idea di una architettura in grado di compiere delle performance per reagire a stimoli esterni di natura variabile. Si tratta di una architettura che, in un determinato momento, può al tempo stesso influenzare l’ambiente in cui si trova e le persone che la vivono ed esserne a sua volta influenzata. Il concetto di performance, che si traduce in azione o evento, è legato ad un orizzonte temporale e presuppone l’esistenza di un momento in cui tale azione o evento ha luogo.

Per avvicinarci al concetto di architettura performativa, lanciamo l’ipotesi che l’architettura possa essere metaforicamente paragonata ad un computer. E’ fatto risaputo che i computer sono composti da una componente materica chiamata hardware e da una componente immateriale chiamata software. Concentriamoci sulla parola inglese software, che, in italiano, si può tradurre in programma.

Una ricerca Google della parola programma produce 101.000.000 risposte (che non sono poche considerando che la parola “sex”, una delle parole più presenti in rete, produce 514.000.000 di risultati). SecondoWikipedia[1], “il programma è la definizione del percorso per raggiungere un determinato obiettivo tenendo conto delle risorse disponibili, delle condizioni al contorno, delle attività da intraprendere e dei tempi necessari per realizzarle”. La parola programma è legata indissolubilmente all’idea di un elenco rivolto al futuro. Si tratta di individuare, e organizzare, le necessità, gli eventi o i codici informatici necessari all’ottenimento nel futuro prossimo di un fine predeterminato.

Guardando alla questione del programma da un punto di vista architettonico, è necessario introdurre l’idea di programma funzionale. Riconosicamo in questa espressione il problema classico della forma e della funzione, basato sull’esistenza di un codice FFF, ampiamente usato anche da curatori per intitolare mostre o presunti manifesti di architettura e/o arte: form follows function, con le sue vari declinazioni: form follows fiction, form follows finance, form follows form, form follows fiasco, ecc. Ancora una volta, la questione sembra essere quella di definire le complesse relazioni che legano la forma alla funzione.

E’ probabile che la funzione sia un organismo decisamente più complesso da quello ipotizzato nell’originaria accezione modernista dell’espressione form follows function. Si è accennato all’organizzazione ragionata dei diversi elementi che concorrono alla redazione di un programma. La funzione di un edificio, nel caso architettonico, può quindi essere analizzata sotto il profilo del programma di un edificio. Il programma in questo caso non è altro che un elenco di dati richiesti dalla committenza e organizzati secondo lo spazio architettonico. I dati sono molteplici, come le funzioni sono molteplici. In questo senso possiamo dire che il programma funzionale di un edificio è un organismo tanto complesso quanto un programma informatico.

Il software, letteralmente traducibile dall’ingese in articolo morbido, è un organismo caratterizzato da una estrema complessità, ma anche da una incredibile capacità di adattamento (da cui morbido). E’ un organismo composto da dati che, a seconda della loro organizzazione interna, possono rispondere ad una infinità di situazioni diverse. Una caratteristica del software è l’adattabilità nel tempo oltre che nello spazio. Una macchina, od un qualunque oggetto hardware (inteso come oggetto duro, immutabile), è destinato a invecchiare. Quando è vecchio, diventa obosoleto e deve essere rottamato e sostituito con uno nuovo. Un software invece è adattabile nel tempo in quanto, nel momento in cui inesorabilmente invecchia, esso è aggiornabile utilizzando l’upgrade adeguato. L’aggiornamento del software non è altro che una riorganizzazione dei dati interni al programma. A differenza del materiale di un vecchio hardware, il materiale di cui era composto il programma vecchio non diventa obsoleto e basta riorganizzarlo per ottenere un programma nuovo al passo coi tempi.

Se la differenza più evidente tra il concetto tradizionale di uso e funzione e il concetto di programma risiede nell’accettazione di un universo programmatico funzionale complesso, un altro aspetto non secondario è l’introduzione dello spazio temporale. L’idea tradizionale di funzione non implica alcuna determinazione temporale. Come un diamante, una chiesa romanica è per sempre. L’idea di programma invece deve fare i conti con lo scorrere del tempo. Se l’uso di uno spazio cambia nel tempo, allora il programma subirà i necessari upgrades. In altre parole, l’idea stessa di uso viene legata ad uno specifico lasso temporale. L’uso si trasforma così in performance o azione, evento.

Nella prima metà degli anni 1980, Bernard Tschumi insegnava alla Architectural Association a Londra. La sua fama non era ancora legata a grandi progetti, il concoso della Villette arrivò solo alcuni anni dopo. Tschumi era noto nella scuola anche per una serie di manifesti pubblicitari che appendeva insieme coi suoi studenti e collaboratori in giro per l’edificio di Bedford Square. Questi posters erano chiamati Advertisements for Architecture. Si trattava di foto in bianco e nero, in cui si vedevano persone che compivano azioni in edifici, accompagnate da slogans provocatori scritti a caratteri cubitali. Forse uno dei più noti è quello che rappresenta una signora vestita di tutto punto con tanto di cappello inglese che defenestra da un edificio georgiano un uomo, che si suppone muoia schiantato al suolo nell’istante successivo allo scatto. Lo slogan che accompagna la foto è: to really appreciate architecture, you may even need to commit a murder. Una piccola didascalia commenta la foto. Un omicidio[2].

Una delle questioni di base posta dal lavoro di Tschumi di quegli anni, raccolto in parte nel libro Architecture and Disjunction era il passaggio necessario da un concetto etico tradizionalista di funzione a un concetto più specifico di evento. Rispetto al codice FFF, per Tschumi il fatto importante non era che la forma seguisse o meno la funzione. La cosa importante era mettere in crisi il concetto stesso di funzione[3]. La funzione è stata dai tempi della triade vitruviana fino all’intera epoca del modernismo internazionale e poi ancora con le stagioni postomoderne e regionaliste un elemento intoccabile e sacro. Immobile per sua natura. Tschumi mette in crisi questo concetto spostando l’attenzione dall’opera architettonica alle persone che la vivono, con le loro sensazioni e interpretazioni. Nasce così in concetto tschumiano di evento, che si svilupperà poi in Event Cities.

I software sono organismi che acquisiscono significato soltanto nel momento in cui interagiscono con i loro utilizzatori. Fino a quel momento non sono altro che immateriali dati a-significanti rinchiusi dentro una scatola (hardware). In questo hanno una natura molto simile a quella degli eventi tschumiani: il significato nasce soltanto nel momento in cui c’è una interazione. L’interazione è per sua natura in continua mutazione, e così anche il significato di uno spazio si ritrova ad essere in continua mutazione.

Uno dei programmi di maggiormente usati in Internet è Google, l’oracolo. Google è rapidissimo. Il tempo medio di risposta ad una ricerca è inferiore al mezzo secondo, spazio temporale durante il quale il software è in grado di vagliare milioni di pagine web.. Il sistema, basato sulla tecnologia PageRank[4], funziona in modo, per così dire, democratico: non esiste una amministrazione centralizzata degli indici, ma una scansione continua della rete che aggiorna un database sterminato in perenne evoluzione. Gli spider di Google vanno in giro per il web come agenti di un servizio di intelligence la cui missione è raccogliere informazioni. Il concetto che sta alla base di PageRank™ è la mappatura dei link tra le pagine web e la successive elaborazione dei risultati in un algoritmo di calcolo, che compone il cuore stesso del software. I link vengono considerati come voti. Le pagine che hanno più voti sono elette e diventano importanti. I voti non hanno tutti lo stesso peso, l’algoritmo di base considera più importanti e quindi pesanti quelli che arrivano da pagine importanti, contribuendo ad eleggere altre pagine importanti (questo è forse uno degli aspetti meno democratici del sistema).

L’elemento discriminante è la quantità di traffico che un sito riesce a generare. Traffico nel mondo del web è sinonimo di affari. In questo sistema, per essere importanti non bisogna essere più veloci o avere più contenuti, bisogna essere in grado di generare traffico. In altre parole, bisogna essere ben connessi, con links sparsi in quelle pagine considerate importanti. La struttura di questa rete configura un universo fatto di nodi e collegamenti tra i nodi. Le pagine web sono i nodi. Possono essere grandi nodi, nel momento in cui in esse convergono grandi numeri di links ad altri siti oppure nodi più piccoli. E’ un po’ come se ci fossero flussi di persone che viaggiano in modo immateriale nelle reti, rimbalzando da un sito all’altro, che poi si trovano, come in una piazza urbana, in un sito di maggiore frequentazione.

In un sistema urbano, se si immagina la città contemporanea come un insieme di flussi, la metafora di Google apre nuove prospettive. I luoghi di successo sono paragonabili ai nodi della rete in grado di generare grandi quantità di traffico. Sono collegati, sia fisicamente che immaterialmente, ad altri luoghi di successo e i loro contenuti sono in continua evoluzione dinamica per adattarsi alle variazioni del sistema di connessioni.

In un sistema architettonico (come in un sito web) il successo di ogni luogo dipende dalla sua riconoscibilità e facilità di fruizione. Se si arriva in un sito tramite una navigazione in rete, non necessariamente si sa quello che si trova. Fondamentale quindi è la facilità di navigazione. Facilità di navigazione non è da confondere con semplicità di programma. Anzi, qui tutto sembra suggerire che il programma debba essere complesso a sufficienza per organizzare tutti i links esterni in un sistema coerente ed intuitivo. In una architettura, si riproduce, a scala minore, una struttura a nodi simile a quella di multicity. Multicity è una immagine della città dell’inizio del XXIesimo secolo proposta dal Metapolis dictionary of advanced architecture[5]. Si tratta di un luogo diverso dalla città tradizionalmente concepita come un centro con una periferia intorno. Multicity è caratterizzata dalla presenza di una moltitudine di centri. Ogni centro è un attrattore di specifiche attività e acquisisce quindi una specifica identità. L’insieme dei vari centri crea un ambiente urbano particolarmente ricco e variegato, in cui la complessità delle relazioni economico-sociali del sistema capitalistico avanzato si riflette nella complessità dello spazio urbano.

Le diverse entità presenti all’interno di un programma complesso hanno la duplice natura di entità indipendenti, capaci di vivere di vita propria, ed entità relative le une rispetto alle altre. La natura indipendente presuppone un criterio di riconoscibilità e uno spirito di appartenenza. La natura di relatività rispetto agli altri presuppone invece un’idea di globalizzazione, in cui ogni elemento è dipendente da altri.

Le decisioni progettuali relative al destino delle aree urbane abbandonate, così come l’organizzazione di programmi architettonici complessi, devono tenere in considerazione una quantità di fattori e relazioni estremamente alta. Una valutazione attenta dei legami dinamici che esistono tra varie entità simili sparse nello spazio fisico e virtuale è un elemento fondamentale per la formulazione di un programma complesso, così come è importante anche la relazione tra i vari sottoprogrammi presenti all’interno di un sistema chiuso.

Ipotizzando la possibilità che lo spazio sia orientabile, e cioè non uniforme in tutte le direzioni, si apre il discorso anche al fatto che una unità basilare di programma acquisisca significati diversi a seconda dell’approccio con cui la si avvicina. Il valore di una determinata funzione è varabile a seconda del punto dal quale la si guarda. In questa condizione, diventa molto difficile parlare di funzione appropriata in un determinato luogo e ospitata in una determinata forma. Il concetto stesso del codice FFF (form follows function) entra definitivamente in crisi. In effetti una tale funzione può essere appropriata soltanto in un determinato momento, e l’inevitabile variare dei rapporti che mantiene con le altre funzioni con cui si relaziona fa sì che essa stessa sia in una condizione di continua variazione.

L’idea di evento introdotta da Tschumi esplorata poco sopra offre i primi spunti per uscire da questa impasse in quanto l’evento relaziona una forma con una funzione in un determinato momento temporale e con determinati obbiettivi. L’evento nel caso di Google è il fatto di compiere una ricerca per una determinata parola o espressione. Se si parla di programmi articolati, si aggiungono ulteriori elementi di complessità al concetto di evento Tschumiano. In effetti, in questo caso, avvengono molti eventi contemporaneamente. Ogni pezzo di programma è unico e irripetibile in quanto legato in modo indissolubile alla situazione di connessione multipla di un determinato momento temporale. Data la complessità del sistema, è estremamente difficile che quella stessa condizione venga a riprodursi, per quanto non impossibile.

Applicare i concetti su cui sono basati i software di ricerca dinamica alla formulazione di programmi architettonici apre una serie di possibilità stupefacenti. Tra queste vi è la possibilità di concepire spazi multifunzionali basati sulla presa di coscienza di una impossibilità oggettiva di pensare ad una funzione (o serie di funzioni) come ad un elemento assoluto. Anche se una casa resterà sempre una casa, il modo in cui sarà vissuta cambierà continuamente (con l’invecchiare dei suoi utenti, il variare del loro numero…) e, di conseguenza, cambierà non soltanto la sua forma, ma anche il significato attribuito agli spazi. La forma non può seguire la funzione, a meno che non sia dinamica come la funzione stessa. Nasce quindi un’idea di relatività e la conseguente impossibilità di escludere a priori elementi di programma che non sono stati progettati come parti originarie di un’architettura. Vi è inoltre la possibilità di ipotizzare l’architettura come un’interfaccia, nel senso di una architettura che acquisisca significato solo nel momento in cui entri in contatto con le persone che la usano e con le altre architetture con le quali si relaziona.


[2] B. Tschumi, Architecture and disjunction, Cambridge Massachussets, MIT Press, 1996, p.100

[3] Ibidem, p.117-8

[5] The metapolis dictionary of advanced architecture, Barcelona, Actar, 2003, p.424

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