Archiparchi #2

cg article Archiparchi #2: il parco nazionale del gran paradiso has been published in Parchi – Cultural review on nature reserves (four-montly review), n.51/2007, Federparchi Editore, July 2007, ISSN 1127-7300, pp.116-123

http://www.parks.it/federparchi/rivista/

numero due: il parco nazionale gran paradiso

 

Con una superficie che supera i 70.000 ettari, situata a cavallo tra Piemonte e Valle d’Aosta, a corona dell’omonimo massiccio, il Parco Nazionale del Gran Paradiso è una porzione di territorio alpino estremamente ampia, in cui la natura è l’assoluta protagonista. Ciò non di meno, il Parco include anche un notevole patrimonio costruito, caratterizzato da una moltitudine di insediamenti dalla natura estremamente diversificata. Forzando un po’ il vocabolario naturalistico, si può azzardare il termine di bio-diversità architettonica. In effetti, la ricerca di manufatti artificiali in questa zona porta ad individuare molteplici tipi di insediamenti: centri abitati dalle caratteristiche microurbane (come Cogne), costruzioni alpine tradizionali (rascards, greniers, peire e alpeggi di vario tipo), case di caccia a memoria di un regio passato, rifugi alpini per i moderni escursionisti, un variegatissimo patrimonio immobiliare dell’Ente Parco (che va dalle sedi extra-territoriali, ai numerosi insediamenti sull’area), una serie notevole di dighe (capaci di produrre buona parte dell’energia elettrica consumata nel capoluogo piemontese) e molto altro ancora.

Cominciamo dai centri abitati. Gli studi propedeutici per il Piano del Parco Nazionale del Gran Paradiso hanno individuato ben 222 tra centri, nuclei storici ed alpeggi di cui il 23% in Valle d’Aosta e il 77% in Piemonte. I più noti sono Cogne, Rhêmes Notre Dame, Rhemes St. Georges, Valsavarenche, Villeneuve, Introd, Aymavilles, Vieyes, Lillaz, Degioz, Valnontey (dal lato valdostano) e Valprato Soana, Campiglia Soana, Ronco Canavese, Ribordone, Locana, Rosone, Noasca e Ceresole Reale (lato piemontese) e costituiscono la corona abitata che gira intorno al Parco. Alcune aree di questi piccoli centri urbani sconfinano oltre i bordi del Parco, e quindi succede che vi siano piccole porzioni di aree urbane incluse all’interno dell’area del Parco Nazionale. Ovviamente queste piccole porzioni sono soggette ai piani regolatori dei Comuni di cui fanno parte, sfatando il mito che in un Parco non sia possibile costruire. Certo, trattandosi di zona protetta, bisogna che le costruzioni rispettino alcuni principi. In effetti, la legge quadro sulle aree protette per tutti i parchi prevede che le pratiche edilizie per opere di nuova costruzione, ma anche di ristrutturazione, debbano passare, oltre ai permessi comunali e della soprintendenza ai beni ambientali e culturali, anche un vaglio dell’Ente Parco. Questo fatto può essere visto come un ulteriore fase burocratica da superare da parte di chi è intenzionato a nuovi interventi, è però vero che è proprio grazie al controllo da parte dei Parchi che è stato possibile salvaguardare queste porzioni  di territorio, anche da abusi edilizi che troppo spesso hanno condizionato il territorio italiano, soprattutto negli anni passati. L’Ente Parco si rende garante di una costruzione consapevole delle culture locali, rispettosa dei luoghi e attenta a materiali e sistemi costruttivi.

I sistemi costruttivi e le tipologie alpine tradizionali sono elementi chiave per capire queste bellissime montagne. Rascards, greniers, peire, alpeggi di vario genere… sono costruzioni della tradizione locale. Muri in pietre si alternano a strutture lignee, che sorreggono coperture in lose (lastre di gneis lamellare). Spesso si tratta di edifici dalla dimensione relativamente ridotta, isolati in mezzo ad un paesaggio impressionante. Piccoli edifici che venivano, e spesso vengono ancora, usati durante i periodi di alpeggio delle bestie, oppure per riparare raccolto e attrezzi, oppure ancora come abitazione per periodi più o meno lunghi. Alcune volte, queste piccole costruzioni sono riunite in grappoli e formano gli embrioni di una vita comunitaria. Le abitazioni del versante piemontese sono generalmente costruite interamente in pietra, mentre sul versante valdostano vi è anche il legno. Il modello più comune, con le dovute varianti a seconda della valle, prevede un edificio in pietra e legno con in basso la stalla, al primo piano l’abitazione e al di sopra il fienile, in modo da mantenere i locali abitativi più al caldo possibile. Spesso, le nuove costruzioni che si edificano nel Parco e nel territorio circostante, si rifanno a tipologie e stilemi costruttivi tradizionali, utilizzando materiali come legno e pietra, e adattandoli ai sistemi costruttivi attuali come strutture in cemento armato e murature isolanti di tamponamento. Così l’immagine esterna è la stessa, o per lo meno molto simile, ma la costruzione è adeguata con i tempi, ottimizzata sia in termini di risorse impiegate, che di prestazioni. Capita che un tradizionale muro di pietra sia re-interpretato come muro in mattoni, con stratigrafie isolanti e impermeabilizzanti e rivestimento esterno in pietra. Le metodologie utilizzate ottimizzano certamente la costruzione, e probabilmente anche la resa nel tempo, l’immagine è molto simile; è però innegabile la perdita di un’anima più profonda legata ad un antico modo di fare.

Come i tatuaggi di riconoscimento che segnano gli appartenenti ad un particolare reggimento militare, le residenze di caccia dei Savoia testimoniano in modo indelebile la storia e le origini del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Nel 1852, Re Vittorio Emanuele II fondò la Reale Riserva di Caccia del Gran Paradiso, formando l’embrione di quello che sarebbe poi diventato il Parco Nazionale. Alcune delle istituzioni che caratterizzano l’attuale Parco sono originarie di quei tempi. Tra queste, i guardaparco (allora chiamati guardacaccia), che, caso pressoché unico in Italia, qui non dipendono dal Corpo Forestale, ma direttamente dall’Ente Parco. Tra queste, anche le residenze di caccia. Per farsi un’idea di cosa stiamo parlando, bisogna immaginare che una battuta di Caccia Reale significava centinaia di persone che si muovevano per la montagna: cacciatori, battitori, seguiti, servitù, animali, vettovaglie… Gli accampamenti di tende delle prime battute furono velocemente sostituiti da case basse ad un piano con numerose stanze e scuderie per i cavalli. Così nacquero le cinque case reali tra i 2.200 e i 2.600 metri. Queste case furono in seguito collegate tra loro da mulattiere formando una vera e propria rete di alta quota. La casa reale di Orvieille, in Valsavarenche, era la preferita del Re, che spesso vi riceveva ministri e vi sbrigava affari di Stato. Altre case reali di caccia sono a Lauson in Val di Cogne, al Gran Piano di Noasca in Valle dell’Orco. Oltre alle case di caccia, il sistema prevedeva anche dei luoghi di appostamento, chiamati “poste”. Si tratta di piccole costruzioni in pietra a cui il Re arrivava a cavallo e dove si appostava in attesa degli stambecchi, spinti dai battitori in direzione di questi appostamenti. Tutte le poste erano collegate agli accampamenti da reti di mulattiere, che arrivarono a coprire 344  chilometri. Questo sistema ancora oggi costituisce la dorsale principale delle strade e percorsi del Gran Paradiso. L’ultimo tassello del sistema della caccia reale erano i casotti di ricovero dei guardacaccia, realizzati in pietra e legno e situati tra i 2.200 e i 2.700 metri, alcuni dei quali sono tuttora utilizzati dal Servizio di sorveglianza del Parco

Il Grand Hotel di Ceresole Reale merita un paragrafo a sé. Il Grand Hotel e il vicino albergo Levanna, sono legati alle storie di caccia Savoia. Il Levanna è più vecchio, la sua costruzione risale agli inizi dell’ottocento, mentre il Grand Hotel fu inaugurato nel 1888 come uno dei migliori alberghi di montagna, sullo stile dei grandi alberghi svizzeri. All’epoca, il percorso non era dei più agevoli: sembra che da Torino ci volessero 8 ore per raggiungere questi luoghi, di cui 2 in treno, 4 in vettura e ancora 2 a piedi o a dorso di mulo. I Savoia, durante le battute di caccia, furono gli ospiti più illustri, ma una targa commemorativa ricorda anche la presenza di Giosué Carducci. Il Grand Hotel è un edificio in pietra di quattro piani con copertura in lose e particolari in legno. Attualmente l’immobile, di cui si sta completando la ristrutturazione, è suddiviso in tre proprietà. La porzione acquisita dall’Ente Parco, di prossima inaugurazione, comprende l’ex salone delle feste  trasformato in sala polivalente per incontri e convegni,   un centro visitatori  che illustra il rapporto uomo stambecco dalla preistoria all’istituzione dell’area protetta  e alcuni uffici operativi. Il vicino albergo Levanne è invece ancora in stato di abbandono.

L’Ente Parco ha una sistemazione logistica unica. La prima cosa che colpisce è che la sede degli uffici centrali del Parco Nazionale Paradiso sia in Via della Rocca, nel pieno centro storico di Torino. L’ufficio centrale è coadiuvato da un ufficio amministrativo ad Aosta, da una ricca serie di strutture sul territorio del Parco, da servizi decentrati, dalle sedi di controllo dei guardaparco e dai centri visita. In tutto, il Parco conta più di 80 sedi tra uffici amministrativi e sedi operative, segnando una presenza sul territorio unica nel suo genere. Essendo le difficoltà tecniche del lavoro a distanza oggi agevolmente risolte dai sistemi di rete informatiche, si può considerare questa diffusione sul territorio come una ricchezza: mentre le due sedi torinesi e aostane garantiscono una stretta collaborazione con gli Enti Regionali di riferimento (Regione Piemonte e Regione Autonoma Val d’Aosta), le sedi sul territorio garantiscono il controllo dell’area protetta, i vari centri visitatori sparsi per le valli canavesane (Piemonte) e valdostane garantiscono la comunicazione con i turisti, e le sedi operative specialmente attrezzate, come il Giardino Botanico di Paradisia vicino a Cogne, e il Centro Studi sulla Fauna alpina di Valsavarenche, garantiscono l’adempimento di compiti specifici.

Il Parco Nazionale del Gran Paradiso è stato promotore di due iniziative architettoniche molto originali negli ultimi anni: una collaborazione con la Facoltà di Architettura di Mondovì del Politecnico di Torino ha portato alla realizzazione di una altana di osservazione, mentre un concorso nazionale di progettazione bandito a fine 2006 ha fornito il progetto preliminare per un nuovo Centro Visitatori a Campiglia. Sul numero 460 della rivista Abitare (aprile 2006), viene presentato un piccolo rifugio costruito interamente in legno al Piano dell’Azaria, a circa 1.500 metri di altitudine, dentro il territorio del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Il progetto è stato sviluppato dagli studenti del Laboratorio di Progettazione Architettonica 2 diretto da Luca Barello con l’aiuto del Servizio Tecnico del Parco,e realizzato dagli stessi studenti con la sponsorizzazione della ditta Barbirato Danilo srl di Cossato (BI), che ha fornito legname e messo a disposizione carpentieri. L’altana serve come luogo di appostamento per osservare e monitorare la fauna. Le tecniche costruttive adottate permettono il montaggio e lo smontaggio a secco, consentendo la rilocalizzazione senza lasciare traccia alcuna sul territorio. Un’iniziativa lodevole, che ha portato alla realizzazione di un oggetto interessante percorrendo un iter più unico che raro. Successivamente a questa esperienza, e percorrendo nuovamente una strada poco battuta in Italia, il Parco ha bandito un concorso nazionale di progettazione, in collaborazione con l’Ordine degli Architetti della Provincia di Torino, per la realizzazione di un nuovo Centro Visitatori che ripercorre le tappe del rapporto uomo / agricoltura nel paesaggio alpino. Il concorso, cha ha visto la partecipazione di 37 gruppi multidisciplinari di professionisti provenienti da tutta Italia, richiedeva lo sviluppo di un progetto preliminare completo, la cui realizzazione è prevista con inizio nel 2008, per una spesa di 850.000 Euro, in parte finanzianti dalla Regione Piemonte e in parte dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Si è aggiudicato il concorso l’Architetto Herman Kohlloffel di Torino, con un progetto capace di inserirsi nel contesto naturale coniugando materiali e tecnologie tradizionali con innovazione formale e tecnologica.

Il Parco ha un grande onere di manutenzione per il suo ampio patrimonio immobiliare. Il lavoro è reso più complesso dal fatto che buona parte di questo patrimonio si trovi in alta quota, raggiungibile tramite sentieri e mulattiere, con conseguenti problemi dovuti al gelo, al freddo, alla lontananza dalle reti di servizi, e alla difficoltà di approvvigionamento. L’impegno non é indifferente, proprio per la logistica particolare e la parcelizzazione delle strutture nel Parco. Quest’ultimo poi, convive con cronica difficoltà di personale e mezzi. Lo spirito con cui questo compito viene affrontato è improntato sull’utilizzo di materiali sostenibili, sull’applicazione di impianti ad energie alternative, e, più in generale, sulla massima riduzione di qualsiasi impatto ambientale (dalla fornitura di detersivi ecologici all’utilizzo quando possibile di muli per i trasporti di materiali) . I tradizionali sistemi di illuminazione a gas dei ricoveri di alta quota, sono stati progressivamente sostituiti con pannelli fotovoltaici oppure con micro-centraline idroelettriche da mezzo kilowatt; gli impianti di riscaldamento a gasolio sono stati adattati per funzionare a bio-diesel.

Il rifugio Vittorio Emanuele II a 2.735 metri,(progetto di Armando Melis de Villa 1932-34) con la sua copertura metallica curva, è senz’altro la struttura di questo genere più conosciuta di queste valli. In tutto vi sono 14 rifugi e 16 bivacchi sparsi tra i versanti canavesani (Piemonte) e valdostani (a cui si aggiungono ancora 14 campeggi). Alcuni sono gestiti direttamente dal CAI. I rifugi sono dei luoghi dedicati al turismo. Escursionisti montani affollano i percorsi che portano ai rifugi, ponendo il problema dell’utilizzo di un territorio naturale protetto da parte di un pubblico turistico. Si tratta, però, di preoccupazioni che si stemperano nel grande senso di responsabilità e consapevolezza dimostrato dal turismo alpino: chi si sobbarca tre o più ore di camminata in montagna per andare a dormire in alta quota in mezzo a stambecchi e camosci, non è la stessa tipologia di turista che parcheggia la propria automobile sul bordo dell’autostrada per celebrare un ricco picnic a base di ottani.

Nelle valli intorno al Gran Paradiso, soprattutto dal lato canavesano, esistono alcune tra le strutture artificiali più affascinanti e controverse, più imponenti e devastanti, al confine tra ingegneria tecnocratica e scultura del paesaggio: le dighe. In effetti, buona parte della corrente elettrica consumata nelle valli a scendere, fino a Torino, è prodotta usando l’acqua che scende le pendici del Gran Paradiso. Le dighe, quasi tutte costruite nel secondo dopoguerra, con l’ecccezione di quella di Ceresole Reale (classe 1927), sono l’ultimo attore della complessa situazione edilizia del Parco Nazionale del Gran Paradiso.

 

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