Archiparchi #1

cg article Archiparchi #1: il parco nazionale delle cinque terre has been published in Parchi – Cultural review on nature reserves (four-montly review), n.50/2007, Federparchi Editore, April 2007, ISSN 1127-7300, pp.122-127

http://www.parks.it/federparchi/rivista/

Archi – Parchi

numero uno: il parco nazionale delle cinque terre

Il Parco Nazionale delle Cinque Terre è forse uno dei parchi naturali più densamente costruiti d’Italia. Le Cinque terre sono quella parte di costa della riviera ligure di levante, compresa tra Levanto e Porto Venere, in cui sorgono i cinque borghi di Riomaggiore, Manarola, Corniglia, Vernazza e Monterosso al Mare. Il territorio del Parco Nazionale include le colline che scendono al mare con i loro terrazzamenti e i piccoli insediamenti rurali, i cinque borghi, la ferrovia e cinque antichi santuari. E’ sorprendente pensare a quanto costruito vi è in questo Parco, ed ancora più sorprendente è rendersi conto che anche la parte più naturale di questo territorio è anch’essa interamente costruita dall’uomo e prende la forma di terrazzamenti. Solitamente, in una dicotomia naturale/costruito, il naturale assume valori positivi, e il costruito valori negativi. Non in questo caso. Una serie di fatti fanno emergere come ci si trovi qui in una situazione assolutamente particolare in cui natura e costruito convivono eccezionalmente bene insieme, si arricchiscono a vicenda, acquisiscono ninfa l’una dall’altra in un equilibrio tutt’altro che instabile, per quanto delicato. Due principali fatti tutelano questa situazione unica. Il primo è che il territorio del Parco delle Cinque terre è stato dichiarato nel 1997 Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Il secondo è lo spirito di iniziativa e di attività che contraddistingue questo Ente Parco. Tra le varie iniziative adottate, quella sicuramente più originale è il Marchio di Qualità Ambientale. Non si tratta di una certificazione ISO-non-so-che, rilasciata da un ente esterno e marziano. Si tratta di una certificazione rilasciata direttamente dal Parco a quelle strutture ricettive turistiche attive in zona che si comportano conformemente alle indicazioni fornite. Nasce allora un sospetto… Ma vuoi vedere che in questo Parco Naturale la specie protetta non è altro che l’uomo? Il presidente del Parco, Franco Bonanini, non smentisce. Anzi, non perde occasione per sottolineare come uomo e natura convivano serenamente in questo territorio, e di come l’operato del Parco sia indirizzato dal desiderio di rendere sempre più fruibile l’intera area protetta, anche da turisti (sempre più numerosi anche grazie ai voli economici da Londra per Genova), che devono essere istruiti e resi consapevoli delle loro azioni. E’ una politica che può sembrare azzardata, ma i numerosi crolli dei muretti dei terrazzamenti fanno capire in modo inequivocabile che il peggior nemico di questo territorio non è la quantità di gente che lo percorre, ma l’abbandono e l’incuria.

Questa area si compone di borghi, di santuari, di fortificazioni, di ferrovia e di terrazze, con i loro insediamenti rurali. Non è questa la sede per presentare nel dettaglio questi luoghi. Ricordiamo solo brevemente che i borghi sono nati intorno al XIIIesimo secolo, in seno alla riorganizzazione del territorio legata alle vicende della Repubblica Marinara di Genova. Che i santuari sono originari del XIIIesimo secolo e sono arroccati in cima alle colline, da cui si godono viste mozzafiato sul mare. Che le fortificazioni sono coeve ai borghi e avevano la funzione di difendere gli abitanti dalle scorribande dei pirati turchi, o dalle controversie con la Repubblica di Pisa. Che la ferrovia nasce invece nella seconda metà del XIXesimo secolo e diventa da allora il principale sistema di collegamento tra le Cinque Terre, e con il mondo esterno. E che  le terrazze, con i loro piccoli insediamenti rurali costituiti da piccole baracche che i contadini usavano per il riparo degli attrezzi, last but not least, sono oggi l’elemento maggiormente caratteristico del Parco, e nascono dalla necessità di addomesticare un territorio difficile e scosceso a scopi agricoli per soddisfare bisogni vitali. Per i maggiori approfondimenti che questi meravigliosi luoghi meritano, si rimanda il lettore alle numerose guide turistiche dell’area o al sito web www.parconazionale5terre.it. Quello che preme qui è far emergere come la convivenza tra naturale e artificiale sia possibile in questi luoghi, e come essa sia stata l’occasione per la formazione di un territorio unico e fantastico.

La questione del naturale e artificiale impone una distinzione tra il termine “naturale” e la “naturalità”. La parola naturale è un aggettivo e si usa per definire le qualità di legame con le origini naturali. Ad esempio, l’ambiente naturale può essere definito come l’insieme dei fattori che influenzano gli esseri viventi, spontaneamente regolati dal corso della natura. Esso si trova in contrasto con altri ambienti “non naturali” in quanto creati dall’uomo (come l’ambiente costruito). Ambiente naturale sottintende, a ben vedere, anche un insieme di fattori ambientalistici, politici, sociali e filosofici che implicano la salvaguardia ambientale mediante la protezione degli animali, la riduzione dell’inquinamento, la promozione delle energie rinnovabili e dello sviluppo sostenibile, la salvaguardia delle risorse naturali e degli ecosistemi, la promozione di aree naturali protette. Esiste poi un’accezione più astratta come nel caso dell’espressione “capitalismo naturale”, in cui il senso di naturale è più quello di originario, spontaneo. La parola naturalità è invece un sostantivo e fa riferimento ad un mondo originario in cui tutto è puro. La naturalità è una qualità che spesso viene usata anche in ambito pubblicitario per dimostrare la fragranza e la non artefazione dei prodotti. Si potrebbe proporre il concetto di naturale naturalità, come a sottolineare quanta poca azione umana artificiale sia stata impiegata per la realizzazione di un prodotto, o di un ambiente. Non è questo il caso delle Cinque Terre. Le Cinque Terre sono un ambiente naturale, in quanto spontaneo, prevalentemente verde, e protetto. Non sono invece un ambiente pervaso da naturalità, in quanto praticamente tutto quello che è presente sul territorio è stato artificialmente modificato, se non creato ex-novo, dall’uomo. Nota bene che, lungi dall’essere un fatto negativo, questa è la vera ricchezza di questo luogo. L’uomo è un animale come gli altri, o quasi, e come tale adatta il territorio in cui vive alle proprie necessità. Sempre e da sempre. Il problema risiede nel come lo adatta. La lezione che si impara dal sistema dei terrazzamenti, dalle architetture di pietra e legno e dal modo in cui i borghi e i Santuari si sono insediati nelle anse o sui crinali delle colline è esemplare. Da queste parti si è sempre agito secondo una regola, probabilmente naturale, molto semplice: quella di adattare dove possibile, con piccoli interventi non invasivi, la natura all’uomo, ma nello stesso tempo adattare anche l’uomo alla natura, in modo tale che gli sforzi per raggiungere una possibile simbiosi siano minimi da entrambe le parti. Spesso le cosiddette architetture bio-sostenibili, energicamente intelligenti, perdono di vista il vero valore di una costruzione naturale. Questo avviene a causa di una a causa di una eccessiva tecnocratizzazione dell’approccio. Non si tratta di usare solo materiali di naturalità provata, o soluzioni formali capaci di ottimizzare la circolazione dell’aria, o ancora elementi tecnologici evoluti come i pannelli fotovoltaici grazie ai quali si risparmia energia. Limitare l’approccio, come troppo spesso avviene, a questi aspetti corre il pericoloso rischio di appiattire il costruito ad una semplice macchina tecnologica a basso impatto ambientale. Un po’ come una automobile Euro 5 o 6. Paradossalmente, intervenire nel territorio costruendo in modo rispettoso, può voler anche dire usare materiali come cemento o vetro. La questione sta nel come essi vengano usati.  Non è possibile dare facili ricette a questioni di questo genere. Ricette del tipo “si fa così o cosà”. Quello che si può invece fare è guardare dove questa integrazione tra ambiente naturale e ambiente costruito è avvenuta con maggiore successo, esattamente come è successo nel caso delle Cinque Terre.

Consideriamo ora la Via dell’Amore. Tutti sanno che questa piccola stradina pedonale che collega Riomaggiore a Manarola scavata nella scogliera a pochi metri dal mare è uno dei sentieri più caratteristici conosciuti della costa ligure. La vista è incredibile. Il Parco ha anche realizzato due caffè all’aperto lungo questa strada, dove è possibile fermarsi e rilassarsi godendosi uno dei posti più belli d’Italia. Pochi sanno invece che, a dispetto del nome sdolcinato, la Via dell’Amore è stata costruita dagli operai che lavoravano sulla ferrovia negli anni 1920 per raggiungere il magazzino degli esplosivi, ubicato lontano dai centri abitati. Oggi vi passeggiano i teneri amanti, mano nella mano. Un tempo, vi passeggiavano operai sporchi di terra e detriti, che portavano pesanti casse di esplosivo, a rischio della loro vita. Anche i terrazzamenti sono il frutto di un lungo e pesantissimo lavoro. E’ un procedimento che in inglese si potrebbe definire bottom-up, cioè dal basso verso l’alto. I muretti nascono dal lavoro lento e perseverante degli abitanti della zona dettato da necessità di sopravvivenza. Il risultato è un manufatto perfettamente integrato sia nella natura che nella società che lo ha creato. Se tutti i muretti di contenimento fossero posizionati uno in fila all’altro, si raggiungerebbe la lunghezza totale di 6.729 chilometri di muretti a secco. Roba da attraversate tre volte l’Italia da nord a sud! Roba da essere paragonata alla Grande Muraglia Cinese e ai suoi 6.350 chilometri… Non a caso il 30 novembre 2006 è stato firmato un protocollo di cooperazione internazionale tra il Parco delle Cinque Terre e la Società della Grande Muraglia Cinese per la protezione del territorio e la promozione di un turismo sostenibile. Esistono però delle differenze tra questi manufatti, la più importante delle quali risiede principalmente nel procedimento top-down, per dirla all’inglese, vale a dire dall’alto verso il basso, con il quale è stata realizzata la Grande Muraglia, frutto della volontà imposta di una unica persona, l’Imperatore, su una moltitudine di persone. Il risultato è che i muretti delle Cinque Terre sono ancora oggi vivi, mentre la Grande Muraglia non è nulla se non una meravigliosa attrazione turistica. Non si tratta qui di fare una apologia della democrazia verso la autarchia, quanto piuttosto di discutere il fatto che un elemento architettonico, per essere bio-amico, debba nascere dal basso, dalle necessità e desideri delle persone che vivono un determinato ambiente. Questa ipotesi dimostra come costruzioni che nascono invece da imposizioni artificiali esterne, come ad esempio i Giochi Olimpici, abbiano enormi difficoltà di integrazione dell’ecosistema che li ospita, a dispetto di qualsiasi tecnologia sostenibile adottata.

Le iniziative del Parco Nazionale delle Cinque Terre sono tutte mosse da uno spirito di socializzazione del territorio. Tre sono le azioni che sembrano particolarmente interessanti. La prima consiste nel fatto che non sia consentito il restauro dei ruderi di campagna per trasformarli in case da vacanze. Chi si accolla uno di questi fabbricati, deve obbligatoriamente occuparsi di intrattenere le coltivazioni e i muretti dei terrazzamenti nell’area di competenza del fabbricato. Il restauro, ovviamente, va fatto con sistemi costruttivi e materiali adeguati. Questa politica, da un lato impedisce le speculazioni che hanno devastato troppi chilometri di costa in Liguria e in Italia, dall’altro stimola la responsabilità sociale della gente. In effetti, si evitano quei comportamenti individualistici, tipici di chi si costruisce la villetta al mare, e soprattutto, si garantisce la manutenzione dei muretti che, con la modernizzazione dei sistemi agricoli e il conseguente abbandono di parte di queste terre, rischiavano la rovina. La seconda iniziativa interessante è la creazione di una serie di centri conferenze sparsi nel territorio del Parco. Il Santuario di Montenero, ad esempio, ospita una foresteria che viene usata per convegni sia dal Parco, sia da altri enti che la possono affittare. Molto interessante anche il caso di Torre Guardiola che è stata recentemente trasformata in centro ricettivo per convegni. La terza iniziativa è l’utilizzo anomalo delle stazioni ferroviarie come centri ricettivi. Le stazioni delle Cinque Terre sono state abbandonate dalle Ferrovie dello Stato una quindicina di anni or sono. Era rimasta solo più la biglietteria, e niente personale. La gestione del Parco ha avuto la brillante idea di fare un accordo con le ferrovie per utilizzare gli edifici abbandonati come centri accoglienza. La cosa funziona così: il turista, sprovveduto, sbarca nelle Cinque Terre in una stazione ferroviaria (che è il mezzo più utilizzato per arrivarci e muoversi), e qui trova un Centro Accoglienza che fornisce indicazioni sul territorio, sul Parco Nazionale, su quello che può e non può fare in giro, ecc. Il risultato dell’operazione è che si ottiene un turista un po’ meno sprovveduto, e un po’ più responsabile.

Certo, il Parco Nazionale delle Cinque Terre è composto da un territorio molto particolare rispetto agli altri parchi italiani ed europei, e proprio questa particolarità gli impone delle politiche di gestione poco comuni. La grande sfida è quella di far convivere in armonia natura e costruito, che in pochi posti si intrecciano così profondamente come qua. Il Parco ci riesce con una politica di socializzazione e responsabilizzazione. In altre parole: perché non deperisca per abbandono, il territorio deve essere vissuto. Perché non deperisca per uso improprio, il territorio deve essere vissuto da persone consapevoli. Semplice, efficace. Molto utile.

 

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